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Lavaggio manuale dei pavimenti: modalità e fattori di rischio

Lavaggio manuale dei pavimenti: modalità e fattori di rischio

Tra i compiti svolti dagli operatori delle pulizie è contemplato il lavaggio dei pavimenti, che può avvenire in modo manuale o tramite l’impiego di macchinari dedicati. 

Come suggerisce il termine, con lavaggio manuale si intende la pulizia dei pavimenti utilizzando un carrello con mop o frange

Il carrello è composto da due secchi di differenti colori, uno contenente la soluzione pulita e l’altro nel quale si conferisce la soluzione sporca, tramite lo strizzaggio del mop. 

Come si effettua il lavaggio manuale dei pavimenti

Il lavaggio manuale dei pavimenti avviene seguendo una procedura standard, che prevede i seguenti passaggi: 

  1. si stende la soluzione pulita sul pavimento, nello specifico su un’area di circa 4-5 mq;
  2. si lascia agire per qualche minuto. In caso di impiego di disinfettante, si deve attendere almeno 5 minuti o più; 
  3. si strizza il mop nel secchio contenente la soluzione di recupero;
  4. si risciacqua il mop e lo si strizza;
  5. si reimmerge il mop nella soluzione pulita del secchio per iniziare nuovamente il ciclo di pulizia. 

Laddove si trattasse di ambienti piccoli, si utilizza un carrello dotato di un solo secchio. 

Per quanto riguarda il prodotto chimico da utilizzare per lavare i pavimenti, si fa una distinzione a seconda della tipologia di lavaggio

  • prodotto neutro per il lavaggio ordinario;
  • prodotto sgrassante per eliminare lo sporco; 
  • prodotto disinfettante per disinfettare;
  • prodotto disincrostante per le superfici da decalcificare. 

Lavaggio manuale dei pavimenti: fattori di rischio

Effettuare il lavaggio manuale dei pavimenti espone l’operatore a diversi rischi, condizionati dall’ambiente e dai prodotti utilizzati. 

Quali sono questi rischi?

  • Scivolamento
  • Urto contro arredi e piani di lavoro
  • Caduta a causa di intralci vari, ad esempio cavi elettrici, pavimento non livellato, presenza di mobili e complementi d’arredo vari
  • Lesioni traumatiche
  • Strappi muscolari
  • Fibrillazione da corrente
  • Ustioni
  • Irritazione a occhi, pelle, vie respiratorie

Questi utili rischi sono collegati al contatto con le sostanze chimiche

I detergenti utilizzati possono essere irritanti per naso, gola, vie respiratorie, pelle e occhi – indicati con il simbolo Xi – o gravemente irritanti – indicati con il simbolo Xn

Per quanto riguarda i prodotti disincrostanti, questi possono essere corrosivi e sono indicati con il simbolo C

Fattori di rischio e prevenzione

Gli incidenti possono capitare, ma applicando alcune norme preventive si può ridurre sensibilmente l’esposizione ai fattori di rischio prima elencati. 

Quali sono queste misure preventive

  • formazione e informazione sui rischi legati all’utilizzo delle sostanze chimiche;
  • conoscenza approfondita della scheda tecnica dei prodotti;
  • utilizzo, laddove possibile, di prodotti a basso rischio;
  • divieto di travaso in contenitori non idonei;
  • non rimuovere l’etichetta dai prodotti;
  • utilizzo dei DPI, dispositivi di protezione individuali. 

Seguire pedissequamente le procedure rappresenta un’ottima difesa dai rischi collegati al lavaggio manuale dei pavimenti

In cosa consiste la sanificazione no-touch

In cosa consiste la sanificazione no-touch

A cosa si fa riferimento quando si parla di sanificazione no-touch? Per rispondere a questa domanda è necessario fare una premessa.

Nel corso degli ultimi decenni molte delle convinzioni – e delle conseguenti norme – relative all’igiene e alla trasmissione di batteri e microrganismi sono cambiate, migliorando in modo sostanziale la sanificazione degli ospedali e la salute di pazienti e personale.

In passato, infatti, vari studi rifiutavano l’ipotesi che l’ambiente inanimato in ospedale potesse rappresentare un pericolo per la trasmissione delle infezioni.

Negli ultimi 10 anni, invece, sono state numerose e sostanziali le evidenze scientifiche a dimostrare esattamente il contrario, ovvero che la contaminazione delle superfici intorno all’unità di degenza svolge un ruolo importante nella trasmissioni di microrganismi, in particolare i seguenti:

  • Staphylococcus aureus (MRSA);
  • Enterococcus resistente alla vancomicina (VRE);
  • Clostridium difficile;
  • Acinetobacter;
  • Noravirus.

La letteratura scientifica più recente sottolinea la resistenza di questi microrganismi, che possono proliferare negli ambienti contaminati anche per mesi dopo le dimissioni del paziente infetto.

Gli effetti di una sanificazione inadeguata

Tutto questo portò ad una nuova consapevolezza: le superfici inanimate e gli ambienti nei quali si svolge la degenza dei pazienti non venivano sanificati in modo adeguato.

Si iniziò, così, a mettere in relazione i fattori, ad esempio il contagio tra un ex paziente infetto e un nuovo paziente che si trova a utilizzare gli stessi ambienti del precedente non sanificati, portando alla luce il problema.

La sanificazione ambientale poteva e doveva subire un drastico miglioramento, per ridurre i casi di contagio e la diffusione di patogeni nel corso del tempo.

Ecco che entra in campo la sanificazione no-touch. Vediamo insieme in cosa consiste.

Cos’è la sanificazione no-touch

Una sanificazione delle superfici inanimate e degli ambienti efficace deve cercare di ridurre al minimo le contaminazioni esterne, oltre a riuscire a raggiungere punti difficili da pulire manualmente.

Per questo è preferibile investire su sistemi di sanificazione no-touch, che effettuano la disinfezione in maniera automatica, senza l’intervento di nessun operatore, soprattutto nelle pulizie terminali alla dimissione del paziente.

La sanificazione no-touch può essere effettuata attraverso l’impiego di:

  1. vapore acqueo;
  2. perossido di idrogeno vaporizzato;
  3. emissione di raggi UV.

La sanificazione no-touch, quindi, consiste in un trattamento biocida, finalizzato alla distruzione di batteri, virus, muffa e spore presenti nell’ambiente contaminato.

Infezioni correlate all’assistenza: pulizia e sanificazione degli ospedali

Infezioni correlate all’assistenza: pulizia e sanificazione degli ospedali

Le infezioni correlate all’assistenza sanitaria (ICA) sono quelle contratte dai pazienti durante la degenza, quindi mentre ricevono le cure in una struttura sanitaria, e rappresentano un evento molto frequente, diffuso in tutto il mondo e di difficile risoluzione.

Per intervenire in modo efficace, infatti, è necessaria la collaborazione di tutte le strutture sanitarie, le quali dovrebbero raccogliere e analizzare i dati relativi all’insorgenza di queste infezioni, per avere un quadro ampio e completo.

Purtroppo, come si può facilmente intuire, i sistemi di sorveglianza messi in campo per contrastare queste ICA esistono solo in alcuni Paesi maggiormente sviluppati e dotati di maggiori risorse economiche, mentre risultano praticamente inesistenti in altri Paesi.

I dati dell’OMS

I dati contenuti nel primo rapporto globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tramite le analisi condotte dal Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), ci dicono che le ICA provocano:

  • un prolungamento della durata di degenza;
  • disabilità a lungo termine;
  • aumento della resistenza dei microrganismi agli antibiotici;
  • un carico economico aggiuntivo per i sistemi sanitari e per i pazienti e le loro famiglie e una significativa mortalità in eccesso.

Questo si traduce in numeri molto drammatici:

  • 16 milioni di giornate aggiuntive di degenza ogni anno;
  • 37.000 decessi attribuibili ad un’infezione correlata all’assistenza;
  • 110.000 decessi per i quali l’infezione rappresenta una concausa;
  • 7 miliardi di Euro di spesa.

Tutto questo, solo in Europa.

Negli USA il tasso di incidenza delle ICA si aggira intorno al 4,5 %, ovvero 1,7 milioni di pazienti affetti.

Cause primarie di ICA

Le infezioni correlate all’assistenza sono il risultato dell’introduzione, nella medicina moderna, di dispositivi cosiddetti invasivi, che, se utilizzati sui pazienti, possono provocare infezioni anche gravi.

Quali sono questi dispositivi invasivi?

I più diffusi, analizzati anche in uno studio nazionale di prevalenza, sono i seguenti:

  • catetere venoso periferico – PVC;
  • catetere venoso centrale – CVC;
  • catetere urinario o intubazione.

Si tratta di dispositivi importanti e ampiamente impiegati in medicina, infatti, il giorno dello studio menzionato prima, circa 9.888 pazienti, pari al 66,9%, erano portatori di almeno uno di questi dispositivi invasivi.

Non è un caso, quindi, che la maggior parte delle ICA interessi il tratto urinario (statisticamente le più frequenti, circa 35-40% del totale), l’apparato respiratorio, le ferite chirurgiche e le infezioni sistemiche.

A questi dispositivi bisogna aggiungere altri strumenti e tecnologie impiegate in sala operatoria durante gli interventi chirurgici.

A peggiorare la situazione la sempre più diffusa resistenza agli antibiotici di ceppi di batteri, a causa dell’impiego eccessivo di questi trattamenti farmacologici sui pazienti, anche al di fuori delle strutture ospedaliere.

Trasmissione e prevenzione delle ICA

Come accennato, a contrarre queste infezioni correlate all’assistenza sono principalmente gli assistiti, ovvero i pazienti durante la degenza, ma possono colpire anche i visitatori e il personale operante nelle strutture.

Secondo i dati raccolti fino a questo momento, non è possibile prevenire queste infezioni in modo totale, ma le stime parlano di una quota pari al 40% di ICA evitabili attraverso alcune misure contenitive.

Quali sono queste misure:

  • lavaggio corretto delle mani;
  • riduzione delle procedure diagnostiche e terapeutiche non necessarie;
  • corretto uso degli antibiotici e dei disinfettanti;
  • rispetto dell’asepsi nelle procedure invasive;
  • controllo del rischio di infezione ambientale;
  • protezione dei pazienti con utilizzo appropriato della profilassi antibiotica;
  • somministrazione delle vaccinazioni raccomandate, ai pazienti e agli operatori sanitari;
  • attività di sorveglianza delle infezioni;
  • identificazione e controllo delle epidemie.

Un ruolo fondamentale nella prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza è ricoperto dalla sterilizzazione dei presidi ospedalieri, tramite l’intervento di pool specializzati nella sanificazione degli ambienti, dalle sale operatorie alle camere di degenza, passando per le aree comuni e quelle di transito.

Il ruolo dell’ente bilaterale nel settore pulizia/multiservizi

Il ruolo dell’ente bilaterale nel settore pulizia/multiservizi

L’articolo 66 del CCNL per il personale dipendente da imprese esercenti di pulizia e servizi integrati/multiservizi ha previsto la costituzione dell’Organismo Paritetico Nazionale di Settore, sancendo la nascita dell’ONBSI –  Organismo Nazionale Bilaterale dei Servizi Integrati unitario del settore.

L’ente bilaterale ONBSI ricopre un ruolo fondamentale, ed ha lo scopo primario di

“creare e consolidare le condizioni per un migliore sviluppo del settore, delle relazioni sindacali e delle condizioni di vivibilità delle imprese e dei lavoratori del settore.”

Favorendo i rapporti tra sindacati, imprese e lavoratori, l’ente bilaterale ONBSI si impegna a svolgere diverse funzioni, che andiamo ad elencare di seguito.

Supporto, monitoraggio, analisi dei dati e promozione

Tra le funzioni principali demandate dal CCNL, ONBSI è incaricato di svolgere dei compiti, indicati nello Statuto:

  1. si impegna a supportare gli enti competenti nella verifica, controllo, monitoraggio e raccolta dati sul territorio nazionale nelle procedure di cambio di appalto;
  2. su indicazione del Ministero del Lavoro, può promuovere iniziative finalizzate alla creazione di strumenti di analisi del settore, in collaborazione con gli enti e le istituzioni coinvolte;
  3. promuovere, attraverso la formazione dei responsabili aziendali e dei cosiddetti R.L.S., l’attuazione delle norme sulla sicurezza sui luoghi di lavoro;
  4. raccogliere ed elaborare i dati sugli accordi contrattuali a tempo determinato, per scopi statistici e per migliorarne le condizioni;
  5. istituire e gestire la banca dati per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e per il monitoraggio del mercato del lavoro e delle forme di impiego.

Formazione professionale e riqualificazione del personale

Come indicato nell’articolo 66 del CCNL, menzionato nella parte iniziale dell’articolo, l’ente bilaterale ONBSI intende impegnarsi a realizzare progetti di:

  1. formazione e qualificazione professionale, avvalendosi all’occorrenza della collaborazione di Regioni e enti locali, finalizzati all’avviamento al lavoro dei partecipanti;
  2. riqualificazione del personale coinvolto in processi di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale, che prevedono la cessazione o la sospensione del rapporto di lavoro.

La formazione è fondamentale per consentire ai lavoratori l’acquisizione di nuove competenze, in linea con le esigenze del mercato, e alle imprese di inserire in organico personale adeguatamente formato e preparato.

È per questo che l’ente sta lavorando per sviluppare una serie di percorsi formativi ad hoc.

Finanziamento dell’ente bilaterale ONBSI

L’ente bilaterale ONBSI è un’associazione senza scopo di lucro, finanziata mediante l’attribuzione di un contributo mensile stabilito nella misura di € 0,50 a carico del datore di lavoro e di € 0,50 a carico del lavoratore.

Per i lavoratori a part-time inferiore a 20 ore settimanali gli importi di cui sopra sono ridotti a € 0,25.

La contribuzione su tutto il territorio nazionale è raccolta tramite un’apposita convenzione definita con l’INPS e attraverso il modello F24.